Intervento del Patriarca mons. Francesco Moraglia

Inaugurazione della “corona misterica” nella chiesa parrocchiale di S. Giovanni Evangelista di Mestre (16 marzo 2014)

 Intervento del Patriarca mons. Francesco Moraglia

Carissimi,

mi rivolgo ai rappresentanti delle differenti comunità religiose presenti, a Kiko e agli artisti che hanno lavorato con lui, a don Giovanni Frezzato e don Gianni Dainese, a tutta la comunità parrocchiale di S. Giovanni Evangelista, alle comunità del Cammino neocatecumenale che hanno sostenuto e accompagnato il crescere di quest’opera, offrendo anche fraterna ospitalità agli artisti che l’hanno via via composta. A tutti, carissimi, mi rivolgo con affetto, ringraziando il Signore per questo momento di preghiera.

Abbiamo appena ascoltato il passo del Vangelo in cui Filippo pone a Gesù la domanda delle domande: “Mostraci il Padre e ci basta”. E Gesù risponde: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14, 8-9).

Qui troviamo il cuore pulsante del vangelo di Giovanni che si era già  manifestato nel prologo: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio… il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria” (Gv 1, 1.14).

E proprio a partire da qui si comprende il significato della “corona misterica” che rivela gli eventi salvifici che si compiono in Gesù Cristo – il Pantocrator fondamento e senso ultimo della storia.

Per il cristiano, infatti, non è sufficiente affermare che Dio è Colui che è e, quindi, Colui che crea e dona l’essere. E’ necessario aggiungere subito che Egli è Colui che, liberamente, ha deciso d’uscire dal silenzio del Suo mistero per parlare all’uomo e rivelarsi, pienamente, in Gesù Cristo unico Salvatore.

Dio parla, si rivolge all’uomo e si manifesta, in primis, attraverso la creazione. Già le prime pagine della Genesi ne sono chiara testimonianza:  esse ci avvertono che tutto è saldamente nelle mani di Dio e che il mondo appartiene a Lui fin dalle radici. Questa rivelazione viene indicata col termine fanerosis.

Ma – oltre la rivelazione cosmica, originaria – vi è quella attraverso cui Dio incontra gli uomini nella storia ed entra in rapporto diretto e personale con loro.

Alla fanerosis segue così l’apocalypsis: una rivelazione più alta e definitiva che ha il suo culmine nella presenza e nella persona di Gesù, nella carne umana con cui il Verbo – coeterno al Padre – scende fino a noi per donarsi pienamente. In tal modo, Dio rivelandosi entra in rapporto con l’uomo, lo incontra in maniera nuova.

Emerge, così, la realtà antropologica della fede, intesa come risposta dell’uomo a Dio. Per grazia, la fede permette all’uomo di accogliere Dio che, gratuitamente, si rivela e dona. L’accoglienza di Dio da parte dell’uomo si realizza, poi, attraverso la totalità della sua persona; nell’atto del credere sono coinvolte tutte le capacità dell’uomo, anche la facoltà estetica con cui si percepisce il bello e lo si esprime.

La bellezza – attributo costitutivo di Dio al pari dell’essere, del vero e del  buono – dispiega i suoi effetti e i suoi influssi nei confronti della fede di ogni credente e dell’intera comunità ecclesiale. L’arte cristiana – nelle sue molteplici forme – riflette la rivelazione accolta ed espressa tramite la capacità estetica dell’uomo. Così, il Mistero cristiano nella sua totalità e i singoli misteri che lo compongono vengono annunciati anche attraverso il genio degli artisti e declinati attraverso i canoni umani e contemporanei dell’arte; il Vangelo è sempre, anche, il buon annuncio della Bellezza.

Il ciclo pittorico che oggi benediciamo ha la straordinaria forza di “svelarci” il Mistero. Come è stato opportunamente scritto nell’introduzione del libro edito per tale occasione: “…il pittore di icone non imita, non rappresenta, ma essenzialmente toglie il velo, abbatte il muro di separazione, fa comunicare “questo e l’altro mondo”. L’icona coglie la presenza di Dio; è, si può dire, teologia visiva, aiuto alla preghiera e alla contemplazione”.

Attraverso l’icona – e, quindi, anche attraverso queste -: “è il Cielo che annuncia un evento a colui che guarda” offrendoci così – come amava affermare il filosofo e teologo russo Evdokimov – “la contemplazione del mistero di Dio” descrivendo “lo sconvolgente amore reciproco: l’amore folle di Dio per l’uomo e in risposta la passione dell’uomo per il suo Dio: Tu che la mia anima ama…”.

L’auspicio è che contemplando queste icone e soprattutto cogliendo in esse lo “svelamento” complessivo del mistero cristiano sia rimosso, almeno in parte, il velo sull’unica e irripetibile storia d’amore che Dio vuole intrattenere con ciascuno di noi.

In questo ciclo pittorico, composto di 13 icone, non può e non deve sfuggire che il centro – o “chiave” di tutto –  è Gesù Cristo, il Pantocrator, il vero Signore della storia: Colui che è, che era e che viene. “Vengo presto” è la scritta che campeggia proprio su una delle due pagine aperte del libro che sorregge.

In Lui glorificato si compie il disegno del Padre. E in Lui anche gli uomini più offesi e umiliati dalla storia, gli uomini che abitano nelle periferie più lontane dello spirito e del corpo, possono tornare a sperare, nonostante le sofferenze e le ingiustizie che rendono umanamente invivibile la loro vita e che, pure, ricevono nuova luce e nuove possibilità dall’Evento che, solo è in grado di recuperare – anche nei suoi frammenti più dispersi e smarriti – tutto l’umano che ci caratterizza e ci accompagna, dal bambino non ancora nato fino all’ultimo grido d’aiuto del morente umiliato e tradito.

Quell’Evento ha, appunto, un nome e un volto, è una persona concreta, ad un tempo singolare e universale: Gesù di Nazareth. In Lui tutta la storia viene assunta, ricapitolata e, alla fine, salvata nella vicenda di una realissima e concreta carne umana, la carne umana di Cristo. Se così non fosse, la salvezza cristiana sarebbe un’illusione, una delle tante illusioni della storia.

Signore, mostraci il Padre e ci basta”, chiedeva l’apostolo Filippo nel brano del Vangelo che abbiamo appena ascoltato. Conosciamo la risposta di Gesù: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14, 8-9). E, come scrive Giovanni nel prologo della sua prima lettera, “la vita… si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi” (1 Gv 1, 2).

Come succedeva e succede anche oggi, seppure in modo differente, per le grandi cattedrali – nei loro cicli pittorici, nei loro mosaici e nelle loro vetrate – considerate vere e proprie “Bibbie dei poveri”, si auspica che anche questa “corona misterica” diventi occasione di catechesi biblica ed esemplificazione viva, reale ed eloquentissima dei misteri che sono al cuore della nostra fede.

La chiesa di San Giovanni Evangelista di Mestre intende così proporre, visualizzandole, le pagine più forti e “sconvolgenti” della Bibbia, capaci di parlare ad ogni donna e ad ogni uomo (ragazzo, giovane, adulto o anziano), secondo un “catechismo” che si offre e che è accessibile a tutti senza preclusioni poiché il bello possiede un linguaggio universale che tutti possono intendere poiché a tutti, gratuitamente, si rivolge.

“Vogliamo vedere Gesù” (Gv 12, 21), chiesero un altro giorno alcuni Greci sempre all’apostolo Filippo. L’augurio che rivolgo alla comunità parrocchiale di S. Giovanni Evangelista è che, dopo aver contemplato in questa “corona” di icone il mistero di Cristo, lo sappia indicare ai tanti “Greci” del nostro tempo desiderosi di conoscere Gesù contemplandone il volto.

A chi porta, anche inconsapevolmente, nel cuore il desiderio di vedere Gesù – senso e pienezza della creazione e della storia – questa nuova “corona misterica” permetta di conoscerlo e di amarlo.

Nello splendore del bello che è il Cristo, sapienza di Dio, la Chiesa si coglie come comunità del Risorto, ossia la “compagnia di coloro che sono salvati nella speranza”.

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