In 17 a tavola per un disegno divino: storia di una famiglia straordinariamente normale

Davanti al civico 77 di via Fares, dove abita la famiglia Anania , c’è un furgone bianco parcheggiato. Comode, possono viaggiare 9 persone.  Un buon numero, ma non sufficiente per gli Anania che sono 17. E non si tratta di una famiglia allargata. Con papà Aurelio e mamma Rita vivono ben 15 figli. La prima, Marta, è nata quasi 17 anni fa. L’ultima, Domitilla, ha appena 3 mesi. In mezzo ci sono Priscilla, Luca, Maria, Giacomo, Lucia, Felicita, Giuditta, Elia, Beatrice, Benedetto, Giovanni, Salvatore e Bruno. Quando ci aprono la porta di casa li troviamo, quasi tutti, seduti attorno al lungo tavolo della cucina: quaderni e libri aperti perché è l’ora dello studio.

Sarà a causa della presenza estranea che c’è un silenzio inaspettato. Ognuno fa quello che deve fare sotto l’occhio attento di mamma (che tiene in braccio la neonata), e di papà (attento in particolare a Bruno che da poco ha imparato a camminare). Quella di Aurelio e Rita è una storia d’amore non comune. Amore l’un per l’altro, certo. Ma in particolare per Dio. Si sono conosciuti nel quartiere in cui abitavano, Santa Maria. E dopo otto anni di fidanzamento, “vissuto mantenendo intatto, con l’aiuto del Signore, il valore della castità pre matrimoniale”- dicono insieme – si sono sposati l’8 dicembre del 1993.

Entrambi sono impegnati in un cammino di fede neocatecumenale. Ecco perché l’aver dato vita a una famiglia così numerosa  per loro non è stata “una scelta di estremismo cattolico, come qualcuno potrebbe considerala”, ma “il compimento dell’opera di Dio. La cui presenza- spiega Aurelio – sperimentiamo ogni giorno nonostante le fatiche, che certo non mancano”.

C’è una grande serenità. Si coglie in ogni angolo dei 110 metri quadrati di casa – un po’ pochi – in cui vivono. Al piano di sopra ci sono le stanze da letto: i sette maschi dormono tutti insieme. Le femminucce, si sa, hanno bisogno di più spazio: e allora tre in una camera e cinque in un’altra. Nel sottoscala l’appendiabiti  suscita il sorriso: sembra quello di una comune classe d’asilo, tanti sono i giubbini appesi. E poi tante fotografie: ci sono i ricordi di battesimi e cresime, di comunioni o semplicemente del primo giorno di scuola.

“La nostra – prosegue Aurelio – è stata una scelta libera dettata da un profondo senso religioso. I figli sono un dono e ai nostri, che educhiamo alla fede, non manca niente. Sono bambini come tutti gli altri. Certo, non potranno avere il superfluo, ma non è quello che serve per vivere bene”. Qualche battutina su una famiglia tanto numerosa sono però costretti a sopportarla. “Ma a me non importa nulla – racconta Giacomo, una decina d’anni e  due occhi azzurri che lasciano trasparire una intelligenza viva – perché non cambierei la mia famiglia con nessun’altra al mondo. Sto bene e ho tutto il necessario”. Gli altri annuiscono, confermando che quella non è solo la sua opinione.

Che sia una famiglia dalle radici profondamente cattoliche non c’è dubbio. Sparsi, nella cucina, non mancano quadri che richiamano il sacro. E il frigorifero è colorato da tante calamite, souvenir di luoghi di preghiera.  Nel piccolo giardino, poi, ad accogliere chi arriva da fuori, un cuore di ciottoli e una piccola statua di san Francesco di Paola. “E’ inutile negare che viviamo delle difficoltà – continua Aurelio – e che a volte ci assalgono delle paure. Ma siamo felicissimi della vita che conduciamo perché è un progetto divino quello che stiamo portando avanti. Del resto nel Vangelo c’è scritto: “Ne mangiarono, si saziarono, ne avanzò”, un passo che mi ripeto spesso in qualche momento di defaillance”.

Aurelio lavora all’Accademia di Belle Arti, Rita, e non poteva essere altrimenti, non ha tempo per un impiego: quello in casa è già notevole. “Ma va bene così – afferma mentre ha fra le braccia la bella Domitilla – anche perché i più grandi mi danno una mano: ognuno fa quel che può”. L’organizzazione familiare è, così, perfetta. Sin dalla mattina quando scatta la sveglia: tutti in piedi alle 6,15, perché altrimenti non si fa in tempo ad arrivare a scuola. La colazione? Occorrono quattro litri di latte al giorno. Per il pane la media è di tre chili mentre di pasta, per ora che i piccoli vanno ancora avanti a “pappine”, ne serve “soltanto” un chilo e mezzo. La carne non si compra a chili ma a fettine:  16-17 è il numero giusto. E oltre ai piccoli riti di ogni giorno, c’è quello della domenica che tutti rispettano: la messa, nella chiesa di Santa Maria di Zarapoti o in quella di San Francesco di Paola (il piccolo prefabbricato di via Fares). “Non solo, perché poi ci ritroviamo a casa per recitare le lodi e discutere sulla Parola che abbiamo ascoltato durante la celebrazione”.

Ma non si parla solo di religione con i figli. “Tra noi c’è un dialogo molto aperto – spiega Rita – e si affrontano diversi temi: dal sesso ai problemi di attualità. C’è un continuo rapporto di interscambio che ci arricchisce reciprocamente”. E che i ragazzi abbiano già acquisito una maturità superiore a quella dei coetanei, lo testimonia l’attenzione e la voglia di partecipazione dimostrata nel corso di tutta l’intervista.

Una famiglia speciale ma straordinariamente normale, gli Anania, che hanno voluto raccontare la loro storia a Catanzaroinforma.it per condividere con il mondo intero il proprio credo. Ed essere testimoni dell’aiuto di quella provvidenza misteriosa e divina che li fa andare avanti superando le  difficoltà di ogni giorno.

 

fonte: http://www.catanzaroinforma.it/pgn/news.php?id=36301

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