Il fondatore dei Neocatecumenali alla Cattedra

Studente alle Belle arti e poi pittore di talento, borghese facoltoso di famiglia benestante, al sopraggiungere dei primi anni Sessanta del Novecento, il giovane castigliano Francisco “Kiko” José Gómez Argüello Wirtz d’improvviso realizza: «Ho soldi e fama, ma sono morto dentro». Morto lui e morti i suoi coetanei; idealisti, perennemente turbati, impotenti dinnanzi al male che è nel mondo. Non solo, ma pure ingannati dalle false soluzioni ideologiche offerte nel secondo dopoguerra: la dottrina di Marx suggeriva un odio ribelle contro lo sfruttatore e la filosofia di Sartre confessava che «l’altro è l’inferno». Questo e molto ancora ha condiviso Argüello, fondatore del Cammino neocatecumenale, il 27 marzo scorso presso la Cattedrale di Trieste, durante la quarta serata del ciclo Cattedra di San Giusto, titolata “Gesù Cristo: storia di un incontro”.

Alla presenza dell’Arcivescovo mons. Giampaolo Crepaldi, Argüello ha voluto raccontare la sua conversione a Cristo e come da questa sia sorta l’iniziativa del Cammino neocatecumenale, diffuso itinerario di formazione cattolica. Kiko narra dunque di una profonda inquietudine giovanile che lo portava spesso a interrogarsi sull’esistenza di Dio. Ateo lo era, in effetti. Non era però, il suo, un ateismo irridente o apatico: «Per me non era indifferente — dice — se Dio ci fosse o meno; era piuttosto una questione vitale».

Tormento interiore e ricerca continua gli fecero intravvedere, qualche tempo dopo, una qualche luce nel fondo della propria anima. Egli seguì quella luce interiore e, quanto più si avviava ad essa, tanto più cresceva il desiderio di una qualche risposta, finché un giorno proruppe nel grido: «Se ci sei, aiutami!». «In quel momento — ricorda Argüello — è successo un incontro: ho sentito dentro di me che Dio c’era e ho cominciato a piangere».

Eppure, se da una parte quest’incontro lo confortò della presenza divina, dall’altra si persuase di non avere una formazione cristiana. Non si perse d’animo e cominciò a frequentare i Cursillos de cristianidad, piccoli corsi cioè per un primo approccio dottrinale ed esperienziale al cristianesimo.

Ma l’avvenimento decisivo, per mezzo del quale ebbe la percezione concreta del «mistero di Cristo crocifisso», non accadde durante i Cursillos, né fu conseguenza di quella stessa manifestazione divina che lo fece piangere.
Kiko rammenta di quel 1964 e di quando conobbe la miseria delle baracche alla periferia di Madrid.

Rievoca la personale esperienza del convivere tra gente povera e spesso analfabeta. Assieme alla missionaria Carmen Hernández conobbe le miserie, non solo materiali, dei baraccati madrileni: «Lì — dice — ho trovato un inferno»,  perché i baraccati erano in grave disagio non solo a motivo della povertà, ma anche delle situazioni esistenziali distrutte dall’alcool, dalla droga, dalla prostituzione, dalla violenza in famiglia e nella società.
Lui visse, sì, tra i baraccati con Bibbia e chitarra, per una qualche forma di evangelizzazione, ma questa fu solo una conseguenza.

A Kiko interessa, invece, far conoscere cosa realmente comprese di quelle storie terribili, condivise quotidianamente. Perché degli innocenti devono soffrire così tanto? Perché alcuni devono vivere, loro malgrado, un inferno su questa terra?

La risposta non ha soluzione, se non è riferita alla Croce di Gesù Cristo, unico mistero nel quale è racchiuso il senso «dell’innocenza che prende su di sé il peccato degli altri». Qua sta appunto il mistero dell’amore, di quei mariti ubriachi, della prostituzione. Pertanto, l’evangelizzazione di Kiko e Carmen poté cominciare solo dopo aver intravisto su cosa fondarla. Il tutto poi avvenne di conseguenza: le prime catechesi tra i baraccati, le proposte alle parrocchie, la formazione delle prime comunità del Cammino.

A proposito dell’incontro tra Cristo e ognuno di noi, l’Arcivescovo ha evocato i racconti dei Vangeli che parlano degli incontri di Gesù con gli uomini e le donne del suo tempo. «Questi incontri — dice mons. Crepaldi — sono dei racconti esemplari, nel senso che devono essere costantemente» meditati, fatti propri e poi annunciati, perché «ciascuno di noi verrà trattato con lo stesso amore che Gesù ha dimostrato» a quelle persone.

Inoltre, il Padre celeste misericordioso «dona, attraverso il Figlio, il suo amore a ciascun essere umano, come se fosse unico al mondo. Dio vuole tutti gli uomini salvi. Gesù Cristo è l’unico salvatore, non ce ne sono altri. Per questo gli incontri raccontati dai Vangeli in un certo senso parlano anche di noi, non solo a noi».

Qui il video dell’intervento.

fonte: http://www.vitanuovatrieste.it/content/view/6415/1/

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