Due neocatecumenali nella conferenza episcopale del Perù

Alle elezioni per i nuovi vertici della Chiesa peruviana esce sconfitto per la quarta volta il cardinale Juan Luis Cipriani Thorne. E prevale l’area dei vescovi che non si riconoscono nel protagonismo dell’arcivescovo di Lima.

Per gli episcopati latinoamericani è tempo di elezioni. Dopo Brasile, Argentina e Venezuela, anche in Perù i vescovi hanno selezionato la nuova “cupola” che guiderà la Conferenza episcopale peruviana (Cep) per i prossimi tre anni. E i risultati offrono una chiave preziosa per rileggere le tensioni e decifrare le sensibilità prevalenti che si muovono in seno al cattolicesimo peruviano.

La 99esima assemblea plenaria dei vescovi del Perù, in corso a Lima fino al prossimo venerdì, ieri mattina ha eletto come nuovo presidente della Conferenza episcopale monsignor Salvador Piñeiro Garcia-Calderon, arcivescovo di Ayachucho dallo scorso agosto. 63 anni, con un profilo più pastorale che accademico, il nuovo presidente della Cep è stato parroco, professore di teologia e rettore di seminario prima di divenire vicario generale dell’arcidiocesi di Lima e poi vescovo castrense nel 2001.
La sua scelta appare in forte continuità col suo predecessore Hèctor Miguel Cabrejos Vidarte, il francescano arcivescovo di Truijllo che ha presieduto la Conferenza episcopale per due mandati. Ad affiancare Piñeiro come primo vice-presidente è stato scelto il gesuita Pedro Barreto Jimeno, arcivescovo di Huancayo noto per il suo impegno sulle questioni sociali e ambientali, e nominato di recente anche presidente del dipartimento giustizia e solidarietà del Celam (l’organismo continentale di tutti gli episcopati latinoamericani). Il vice-presidente secondo sarà invece l’arcivescovo di Arequipa Javier Del Rio Alba, legato al Cammino neocatecumenale.

La selezione operata dai vescovi in Perù acquista risalto se si tiene conto della composizione e delle dinamiche interne che connotano l’episcopato peruviano anche in paragone con le altre Chiese latinoamericane. Tra i 48 membri di quella compagine episcopale nazionale, 14 appartengono a movimenti e “nuove” entità ecclesiali. Due sono del Sodalicio del vida cristiana, due appartengono al Cammino neocatecumentale e ben 10 provengono dall’Opus Dei. Tra questi c’è anche il cardinale Juan Luis Cipriani Thorne, arcivescovo di Lima e figura anche mediaticamente preponderante della Chiesa peruviana.
Proprio il cardinale Cipriani può essere considerato per l’ennesima volta lo sconfitto della tornata elettorale. Nella votazione valida per assegnare la carica di presidente, lui ha preso 21 voti, Piñeiro ne ha raccolti 24 e ci sono state due schede bianche. Davanti alla prima battaglia perduta, Cipriani ha concorso come candidato “forte” anche alla prima vice-presidenza, venendo superato in quella competizione da Barreto. Per la quarta volta da quando Cipriani è primate della Chiesa peruviana, la maggioranza dei vescovi peruviani hanno bocciato la sua candidatura alla guida della Cep. E insieme a lui, nessun vescovo proveniente dal clero dell’Opus è stato cooptato nella cabina di regia.
L’esito elettorale ripropone domande ormai stagionate sull’esasperata dialettica interna che caratterizza l’episcopato peruviano. Di fatto, da più di quindici anni, la Chiesa del Perù si accalora e si divide intorno alla figura e alle performances di Cipriani. Il figlio di una coppia di soprannumerari dell’Opus Dei divenuto cardinale occupa la scena con un protagonismo anche mediatico che appare eccentrico rispetto allo stile solitamente riservato dei flgli spirituali di Sant’Escrivà. Anche nell’ultimo anno la sua figura è stata al centro di vibranti polemiche. La scorsa primavera, durante la campagna per le elezioni presidenziali, quando il candidato di sinistra Ollanta Humala –poi risultato vincitore – ha rinfacciato alla sua antagonista Keiko Fujimori le sterilizzazioni forzate delle donne indigene attuate da suo padre (l’ex presidente Alberto Fujimori) nella seconda metà degli anni novanta, Cipriani – che pure si presenta come uno strenuo difensore del diritto alla vita – è intervenuto in difesa della candidata di destra, accusando Humala di aver usato un «colpo basso». Dopo quell’indiretto endorsement cardinalizio, l’allora presidente della Cep Hèctor Miguel Cabrejos Vidarte intervenne per chiarire che le dichiarazioni di Cipriani erano «a titolo personale» e non rappresentavano la posizione della Chiesa nel Paese andino. Scese in campo anche lo scrittore premio nobel peruviano Mario Vargas Llosa, che in un duro attacco su El Paìs definì Cipriani come il «rappresentante della peggiore tradizione della Chiesa, quella autoritaria e oscurantista».
Negli ultimi mesi, le cronache dei giornali peruviani hanno raccontato il contenzioso aspro esploso tra la Pontificia Università cattolica del Perù e il cardinale, che rivendica all’arcidiocesi di Lima il controllo dell’ateneo. Un braccio di ferro logorante, che ha provocato anche l’invio da Roma di un visitatore apostolico – il cardinale ungherese Péter Erdő– e che i vescovi peruviani critici di Cipriani mettono in buona parte sul suo conto, come l’ennesima prova delle sue aspirazioni a espandere la propria influenza.
In passato, più di una volta, le accuse rivolte a Cipriani avevano raggiunto toni diffamatori, con tanto di sue lettere compromettenti fatte arrivare come “prove” in Vaticano, che lui ha sempre denunciato come prodotti di manipolazioni.

È stata addirittura messa in circolo la voce di un suo coinvolgimento nel presunto assassinio del suo predecessore il gesuita Augusto Vargas Alzamora, morto per emorragia cerebrale. Lui, che a suo tempo è stato anche cestista della nazionale peruviana di basket, si è sempre difeso con verve atletica. Fedele al motto secondo cui anche nella Chiesa oportet ut scandala eveniant. Meglio litigare che coltivare conformismi unanimisti di facciata. Magari criticando quelli che a suo dire sarebbero i vescovi «seguaci di Gutièrrez» il teologo peruviano considerato il “padre nobile” della Teologia della Liberazione.
Al di là delle beghe personali, ad essere chiamato in causa è lo schema che per lungo tempo ha condizionato le dinamiche ecclesiali in America Latina (e non solo), soprattutto durante il pontificato wojtyliano: quello che puntava tutto su gruppi scelti e elite militanti per riacquistare alla Chiesa un presidio culturalmente influente anche sulla scena pubblica. Spesso in cave polemica con le linee prevalenti nella sensibilità ecclesiale latinoamericana, accusate tout court di filo-liberazionismo.
Nei fatti, questa opzione preferenziale ha finito spesso per far incancrenire polarizzazioni conflittuali e esasperare le lotte di potere tra blocchi episcopali contrapposti. Fomentando i veleni, le reciproche scomuniche e compromettendo in alcuni casi anche una salutare e fisiologica valorizzazione dei carismi. Una deriva che ha raggiunto il parossismo nel caso peruviano, mentre altre situazioni si muovono verso una composizione collegiale delle diverse sensibilità ecclesiali.
Ora, con l’appello alla «conversione pastorale» proposto all’ultima assemblea dell’episcopato latinoamericano svoltasi ad Aparecida, lo schema dei gruppi militanti che distribuiscono patenti di ortodossia dividendo il corpo ecclesiale tra “amici” e nemici” appare ancora più fuori tempo. L’immagine della Chiesa che si offre a tutti come «una madre che esce all’incontro, una casa accogliente» proposta a Aparecida non si concilia con lo spettacolo di una compagine clericale tutta auto-occupata nelle lotte tra cordate per l’egemonia interna.

fonte: Perù, l’arrembaggio fallito del cardinale – Vatican Insider.

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2 comments on “Due neocatecumenali nella conferenza episcopale del Perù
  1. Il tono di questo articolo mi sembra troppo “politico” considerando la natura del Cammino Neocatecumenale, che non dovrebbe scendere a questi livelli. Si rischia di vedere l’assenza dello Spirito Santo nella Chiesa invece della sua presenza. Lasciamo questi toni ai vaticanisti di professione.
    Maurizio Cherubini

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