“La piccola comunità al servizio dell’evangelizzazione”. Così Kiko Arguello iniziatore del Cammino neocatecumenale

Sono ritornati nei loro Paesi i 1200 itineranti, famiglia in missione, sacerdoti e seminaristi del Cammino neocatecumenale, che domenica scorsa hanno concluso un incontro internazionale a Porto San Giorgio, nelle Marche, con una Messa presieduta dal cardinale Cañizares, prefetto della Congregazione per i Sacramenti e il Culto Divino. Un incontro culminato venerdì 20 Gennaio con l’udienza in Vaticano con Benedetto XVI che ha inviato 17 “missio ad gentes” nelle zone più secolarizzate del mondo e nel quale è stata letta l’approvazione del Decreto delle celebrazioni del Direttorio catechetico del Cammino che segna le varie tappe dell’iniziazione cristiana. Roberto Piermarini di radio Vaticana ha chiesto a Kiko Argüello, iniziatore del Cammino neocatecumenale insieme a Carmen Hernandez, cosa lo ha colpito dell’incontro con il Papa:


R. – Il suo amore per noi e la sua parola che è stata così potente e forte nel parlare dell’Eucarestia. Ha ribadito l’Eucarestia della domenica che nel Cammino viene celebrata nella piccola comunità. Ha voluto dire che riconosce la forza e la potenza della comunità per la salvezza della Nuova evangelizzazione. La comunità fa presente, nell’amore vicendevole dello Spirito Santo, l’arrivo del regno di Dio. Oggi molti pagani, molte persone secolarizzate, forse non vanno in Chiesa ma sono molto stupite per come noi ci relazioniamo, per come ci amiamo. Ci sono stati molti casi di persone che ci hanno chiesto il Sacramento del Battesimo, e questo semplicemente vedendo come ci amiamo, perché notano, in noi, qualcosa di nuovo. Questo “qualcosa di nuovo” è la presenza dello Spirito Santo, perché Cristo dice: “Amatevi come io vi ho amato”.

D. “La maturazione progressiva nella fede del singolo e della piccola comunità deve favorire – ha detto il Papa al Cammino – l’inserimento nella vita della grande comunità ecclesiale”. Come si attua nel Neocatecumenato questo inserimento?

R. – Ad un certo punto del Cammino, facciamo una pastorale di mediazione: invitiamo cioè le comunità a lavorare nella parrocchia, ad esempio nel fare la catechesi per i fanciulli o a visitare ai malati. Inoltre, celebriamo le grandi solennità nella grande assemblea della parrocchia. Il Natale, per esempio, lo festeggiamo con tutta la parrocchia, come pure il Giovedì Santo, il Venerdì santo, la Domenica delle Palme, la Pasqua ed anche la festa della parrocchia stessa. L’importante è che il parroco capisca di aver trovato una grande grazia con il Cammino, che è un dono, un carisma per la sua parrocchia.

D. – Nell’incontro di questi giorni a Porto San Giorgio, molte famiglie in “missione a gentes” hanno raccontato la loro esperienza. Che cosa ti ha colpito della loro testimonianza?

R. – E’ stato davvero fantastico vedere che alcune famiglie in missione già da sei anni, erano ancora piene di gioia e dimostravano così la presenza di Cristo. Significa che Dio è con loro, che le aiuta, con i loro sei o dodici figli, con i problemi di lavoro che possono avere. Sono tutte consolate. Sono felicissime di questa missione, perché si rendono conto che al di fuori della comunità c’è tanta tenebra, ci sono persone distrutte. Non possiamo neanche immaginare quanta gente, in Europa, è distrutta. Molti hanno problemi con l’alcool, sono soli, e vengono da noi per farsi aiutare. Noi facciamo quindi le catechesi nelle nostre case, e questa gente – vicina o lontana che sia – viene da noi e la sera rimane anche dopo aver finito l’incontro, perché gli fa piacere rimanere in compagnia della comunità… 

D. – Questo quindi, é un nuovo modo di evangelizzare?

R. – Sì, è un nuovo modo di evangelizzare. Abbiamo visto che oggi, in molti casi, la struttura della parrocchia del secolo scorso, strutturata come un grande tempio, per i ‘lontani’ è ormai obsoleta: la gente non va in chiesa… e non si sa il motivo. Nelle nostre case, invece, le persone vengono, magari anche per via dell’amicizia e della vicinanza che viene loro data. Questo, allora, è una nuova presenza di Chiesa. Il cardinale tedesco Meisner ad esempio, ha voluto tre “missio ad gentes” a Colonia in alcune zone difficilissime. E’ una specie di nuovo tipo di parrocchia, con una struttura più semplice, più ad hoc. Si creano così una nuova forma di Chiesa, perché il mondo sta cambiando, come sta cambiando anche tutta la società.

D. – Molti giovani chiedono di diventare sacerdoti e molte ragazze vogliono entrare nella vita religiosa. Perché tante vocazioni nel Cammino catecumenale?

D. – Credo che, a parte il fatto che Dio dà delle grazie particolari, uno dei primi motivi è l’importanza della piccola comunità. Ai nostri giovani piace moltissimo l’Eucarestia celebrata nella propria comunità dove tutti sono parte attiva. Perciò, si rendono conto che per far sì che questo sia fattibile, servono molti preti, perché le comunità sono tante. Quindi offrono loro stessi, vogliono essere presbiteri, ed offrono il proprio corpo ad una sposa che è la comunità cristiana. Anche le ragazze avvertono che tutta l’evangelizzazione ha bisogno di una ‘retroguardia’, di una base, che é la preghiera contemplativa e l’unione con Gesù Cristo. Molte ragazze che sono nelle Carmelitane scalze, ci dicono di avere coraggio, perché pregano per noi. Abbiamo moltissime giovani anche nelle Benedettine: moltissimi monasteri delle Marche sono pieni di ragazze provenienti dal Cammino. Abbiamo più di 100 suore di Betlemme ed anche la presenza nelle Clarisse è alta. Siamo contentissimi di queste sorelle, anche perché questo si traduce, in qualche modo, in ricchezza per le comunità: quando una ragazza decide di entrare in un monastero di clausura infatti, tutta la sua comunità va a farle visita, l’aiuta, le chiede di pregare per tutti loro. E’ una forma di ricchezza per tutta la comunità.

D. – Perché hai voluto comporre una “sinfonia-catechetica” sulla sofferenza degli innocenti?

R. – Sentivo che volevo dare un omaggio alla Vergine Maria, perché mi impressiona davvero molto la sofferenza della Vergine sotto la Croce. Ho una grande sensibilità da questo punto di vista ed ho visto tanta gente che non comprende il perché della sofferenza. La madre che ha il proprio figlio malato di cancro, che sta per morire soffrendo terribilmente, non ne capisce il motivo, non comprende il perché di tanta sofferenza. Si chiede continuamente: “perché?”. Questa domanda: “perché tutta questa sofferenza?”, la Madonna l’ha vissuta nella sua carne di madre, vedendo suo Figlio torturato in modo indicibile, sottoposto appunto alla crocifissione. Questo, per me, è stato uno spunto molto importante: ho lasciato tutto e sono andato a vivere con i poveri nelle baracche di Madrid, proprio perché ho avuto modo di incontrare la sofferenza degli innocenti. Ad esempio, una donna mi ha chiesto aiuto perché veniva picchiata dal marito ed era costretta a prostituirsi. Ho visto cose orribili, e mi sono chiesto perché questa donna soffriva così: che peccati ha fatto! In questo luogo così orribile, ho trovato un’altra donna, che soffriva del morbo di Parkinson ed era stata abbandonata dal marito, che chiedeva l’elemosina. Aveva anche un figlio, e quando lei tornava a casa questo figlio la picchiava con un bastone. Mi chiedevo: “perché questo, ma perché, che significa tutto ciò?”. Sono arrivato ad una risposta: in Cristo, Dio ha incarnato l’innocente per eccellenza, ed ho pensato che, dato che c’è la presenza di Cristo nella Santa Eucarestia, la sua presenza c’è anche in tutti coloro che soffrono, che si caricano i peccati degli altri. Quindi, ho lasciato tutto e sono andato a vivere nelle baracche, dove vivevano anche questi innocenti perseguitati. Sono voluto andare vicino a Cristo. Ho pensato: “magari se domani arriva Cristo, mi piacerebbe che oggi mi trovasse così vicino ai poveri”. (vv)

 

fonte: http://www.oecumene.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=557206

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