Kiko Arguello è stato sull’orlo del suicidio fino a quando gridò al Signore: “Aiutami, non so chi sei”

L’iniziatore del cammino neocatecumenale diede una testimonianza sulla sua conversione il 1/11/1996 ad Assisi, durante l’incontro con centinaia di giovani non tutti appartenenti al cammino neocatecumenale. Per la forza della sua testimonianza riproponiamo integralmente le sue parole:

“Sono figlio di una famiglia normale, borghese, di Madrid. Mio padre era avvocato. Una famiglia agiata. Sono primogenito di quattro fratelli. I miei genitori erano cattolici. Dopo avere finito la scuola, andando all’università, entrai in crisi con la mia famiglia e con me stesso, soprattutto per l’ambiente nella facoltà di Belle Arti di Madrid che era completamente ateo, marxista. Subito mi resi conto che la formazione che io avevo ricevuto, tanto nella famiglia come nella scuola, non mi serviva a niente per rispondere ai problemi di ogni tipo che avevo (affettivi, psicologici, di identità). Mi domandavo: chi sono io?, perché esiste l’ingiustizia nel mondo?, perché le guerre?, eccetera… Mi allontanai dalla Chiesa fino ad abbandonarla totalmente. Ero entrato in una crisi profonda cercando il senso della mia vita. Alle Belle Arti feci teatro, conobbi il teatro di Sartre e militai un po’ in questa linea atea. Mi dedicai alla pittura, a esporre…

LA RELIGIONE COME VERNICE CULTURALE

Bene, Dio permise che io facessi un’esperienza di ateismo, o, se volete, una kenosis, una profonda discesa nell’inferno della mia esistenza, un’esistenza senza Dio. Dio ha permesso che io tagliassi tutti i lacci con la trascendenza. Mi scandalizzavo profondamente dell’indifferenza di molta gente. Tutte le persone del mio quartiere erano persone che andavano a messa, ma in definitiva la loro vita non era profondamente cristiana… della mia famiglia, mia madre andava a messa tutti i giorni, e mio padre era cattolico. Ma il dio della mia casa era il denaro. La maggioranza delle conversazioni in casa mia erano sul denaro. Dio non stava né al centro della mia famiglia né al centro dei pensieri che c’erano nella mia casa, e questa era la normalità. La stessa cosa posso dire dei miei zii, e di tutto l’ambiente in cui mi muovevo. La religione era più un aspetto, una specie di vernice culturale, che almeno a me non convinceva. Forse perché ero pittore, artista, ed avevo una profonda sensibilità ed un assoluto desiderio di coerenza, in realtà. Non accettavo di essere un borghese come i miei genitori, né di di vivere così una vita, come suppongo che sarà successo anche a tanti giovani. Ricordo che allora andavo a messa la domenica e, a quindici anni, con alcuni amici, con la chiesa piena, rimanevamo in fondo – era prima del Concilio – e pazientavamo lì in piedi…, andavamo a quella messa perché non si faceva la predica, era più breve…, si sentiva una campanella e ci mettevamo in ginocchio, ci alzavamo e speravamo che finisse per potercene andare. Io mi rendevo conto che quello non era modo di praticare. Benché sembri strano, la messa così mal vissuta fu ciò che mi fece rendere conto che dovevo lasciare, dovevo cercare altre strade. Una cosa avevo chiara: non potevo mentire a me stesso. Non potevo essere un cretino, uno stupido: o credevo seriamente in Dio o, se non credevo, era meglio lasciare… e così fu che lasciai del tutto

IL CIELO CHIUSO

Allora cercai di essere coerente con certo un tipo di esistenzialismo: con l’assurdo totale dell’esistenza umana. E cominciai a soffrire molto perché davanti a me tutto il mondo si trasformava in cenere: si trasformava in cenere la mia esistenza, si trasformava in cenere tutto. Non avevo interesse per niente, neanche per dipingere. Ed ebbi la fortuna, o se volete la disgrazia, di vincere un premio nazionale di pittura molto importante in Spagna. Allora uscii in televisione, sui giornali, mi ero fatto strada professionalmente, e questa fu l’ultima goccia, perché vedevo che tutto questo non dava nessun senso alla mia vita. Ero morto interiormente e sapevo che sicuramente la mia fine sarebbe stata il suicidio, prima o poi. E, in realtà, ero letteralmente sorpreso che la gente fosse capace di vivere quando io non ero capace di vivere. La gente si illudeva con il calcio, con il cinema… A me non dicevano niente. Il calcio non mi piaceva, ed il cinema mi sembrava stupido. Vivere ogni giorno significava tutta una sofferenza. Ogni giorno la stessa cosa: Per che motivo alzarmi? Chi sono io? Per che motivo guadagnare denaro? Per che motivo sposarmi? E così tutto davanti a me non aveva senso… Ricordo che sentivo come se il cielo si fosse fatto di cemento, ed io mi trovassi in fondo ad una grande fogna. Avevo questa immagine… Il cielo, completamente chiuso davanti a me…

PERCHÉ VIVI?

Domandavo alla gente del mio quartiere: “Scusa un momento, tu sai perché vivi?”, e non sapevano né perché né per che motivo vivevano, ma vivevano… forse doveva essere così, semplicemente, vivere: uno si alza, va a scuola, mangia, dopo va al cinema o chiama un amico… Benedetti quelli che sono capaci di vivere così! Io non lo ero. Mi rifugiavo, scappavo da me stesso. Si apriva un gran abisso dentro me. Abisso che in fondo era una chiamata profonda di Dio, che mi stava chiamando dal fondo di me stesso. Allora mi aiutò molto – per quello leggere è sempre buono – un filosofo che si chiama Bergson. Bergson è il filosofo dell’intuizione. Dice che l’intuizione è un metodo di conoscenza superiore alla ragione. Dio permise che questa fosse per me la prima scintilla che mi illuminasse un po’, perché mi ero reso conto che in fondo io ero un razionalista che si stava rovinando da solo perché qualcosa nel profondo di me non poteva accettare l’assurdo di tutto il creato. Perché sono un pittore, e capivo la bellezza della natura: l’acqua, gli alberi, gli uccelli, le montagne. Mi resi conto che per negare che tutto avesse un senso, per negare che Dio esiste, occorreva tanta fede come per credere che esistesse. Ma era un’azione razionalista che urtava con qualcosa dentro me. Ed allora mi dissi: “Guarda che la ragione non è tutto, esiste anche l’intuizione nell’uomo”. Allora con l’intuizione arrivavo a riconoscere che tutto aveva un senso, che esisteva Dio, che Egli sapeva perché io esisto. Ma io non sapevo come trovarlo.

LA BIBBIA, LA FEDE, A COSA TI SERVE?

Allora leggevo il Vangelo che dice: non opporre resistenza al malvagio…, se uno ti schiaffeggia sulla guancia destra…, se uno ti deruba… Ricordo che una volta mio padre si arrabbiò e gli dissi: “Guarda quello che dice qui. Sei cattolico o no?”. E lui mi disse che quelle erano cose da santi, di San Francesco, e di non so chi… Allora gli risposi: “Questo libro, la Bibbia, puoi buttarla dalla finestra perché ho capito che non ha nessuna relazione con la realtà. Neghi che questo lo si possa vivere, che le cose siano come sono… che la vita è un’altra cosa: studiare, guadagnare denaro, vincere… Allora, la Bibbia, la fede, a cosa ti serve…?”

AIUTAMI!

Entrai allora nella mia stanza, e mi misi a gridare a questo Dio che non conoscevo. Gli gridavo: “Aiutami! Non so chi sei!”. Ed in quel momento Il Signore ebbe pietà di me, perché ebbi un’esperienza profonda di incontro col Signore che mi spaventò. Ricordo che piangevo amaramente, mi cadevano le lacrime, lacrime a fiumi. Sorpreso mi domandavo: perché piango? Mi sentivo come premiato, come uno al quale davanti alla morte, quando stanno per sparargli, gli si dicesse: “Sei libero, gratuitamente libero” e questo non ci crede ancora e piange per la sorpresa che l’hanno liberato. Questo fu per me passare dalla morte a vedere che Cristo stava dentro me e che qualcuno dentro me mi ha detto che Dio esiste. Che cosa mi era accaduto? Fu un contatto, una testimonianza profonda che mi diceva non solo che Dio esiste, ma che Cristo è Dio. Subito mi presentai ad un sacerdote e gli dissi che volevo diventare cristiano, e lui mi disse “Come? Non sei battezzato?”. “Sì sono battezzato”, gli risposi. “Allora, che cosa vuoi? Hai fatto la Prima Comunione?”. “Sì! Ma guarda che io…” “Ah vuoi confessarti…” non mi capiva. Ma io sapevo che quello che volevo era di diventare cristiano, e per questo, andare a confessarmi un giorno e già lo divento? Sapevo che il farsi cristiano doveva essere qualcosa di molto serio. Così, alla fine frequentai i Cursillos de Cristiandad, un’iniziativa che nacque in Spagna in quegli anni. E mi aiutò, cominciai una vera ricerca del Signore. Andavo in chiesa e chiedevo agli altri “aiutatemi a diventare cristiano!”.

DALL’ARTE AI POVERI

Dopo la mia pittura cambiò. Cominciai a dipingere arte religiosa. Alcuni di voi conoscono le mie icone. In poco tempo fondammo un gruppo di artisti, un movimento di rinnovamento dell’arte sacra per fare più belle le chiese. Architetti scultori e pittori ci mettemmo a ricostruire la Chiesa un po come incominciò San Francesco. Ma ad un certo punto mi resi conto che non serviva a niente ricostruire esteriormente la Chiesa quando tanta gente, come io mi ero trovato, viveva in una situazione terribile. Il Signore mi permise di incontrare una persona che soffriva. Allora lasciai tutto e tutti. Anche la mia promettente carriera di pittore, e andai a vivere nelle baracche. In Charles de Foucauld trovai la formula per vivere: un’immagine di San Francesco, una Bibbia – che continuo a portare con me perché la leggo tutti i giorni – ed una chitarra. Tra le baracche fatte con cartoni, molto simili a quelle del Brasile, trovai una baracca che serviva per i cani randagi e mi misi lì. Faceva un freddo terribile e venivano tutti i cani randagi a riscaldarmi. Era una cosa comica stare lì coi cani che improvvisamente si trovarono con un nuovo ospite nel loro canile, ed ero io. Ma che cosa facevo lì ed in quelle condizioni? Dio mi voleva nelle baracche per incominciare un cammino di conversione per moltissima gente. Lì nelle baracche successe un miracolo. I miei vicini, la maggioranza zingari, mi domandavano chi ero. Avevo la barba, parlavo in maniera diversa da loro, ma facevo la loro stessa vita: chiedevo l’elemosina, lavoravo occasionalmente come operaio… mi domandavano allora, ma io non volevo parlarne con loro. Da Foucauld avevo imparato l’immagine della vita nascosta di Cristo, stare silenziosamente ai piedi del Cristo, rifiuto dell’umanità, distrutto. Essere l’ultimo è stare lì, ai suoi piedi. Ma il Signore incominciò a portarmi, in primo luogo, due ragazzi ricercati dalla polizia per spaccio di droga, e dopo un povero ubriaco. In poco tempo eravamo un gruppo di diciassette persone nella mia baracca di tre metri quadrati. Pieno totale. Lì mi trovai con la sorpresa che dovevo parlar loro, dar loro una ragione della mia fede. Prendevo la chitarra, cantavamo, aprivo la Scrittura e dicevo: “Signore aiutami, io non so predicare, non so parlare!”. Ho visto che il Signore mi dava di penetrare la Parola per potere amarli, per amore a questi poveri che portavano le mani piene di peccati. Una era stata sette volte in carcere, un’altra era una vecchia brutta e prostituta, c’erano ladri, vagabondi. Ebbi molti problemi e conflitti. Cercarono di ammazzarmi due volte… Una storia che è meglio non raccontare.

LA LEGGE DEL TAGLIONE

Un giorno il capo di un clan di zingari che stava in lotta con un altro clan, e che veniva spesso a trovarmi per chiedermi la chitarra, mi domandò che cosa diceva la Bibbia sui nemici; mi raccontò che, in seguito a uno scontro tra i due clan, aveva colpito alla testa la madre del capo di un altro clan, e che le dovettero dare quindici punti. Siccome tra loro vige la legge del taglione, passati due anni era arrivato l’altro col proposito di vendicarsi. Siccome in quel periodo le relazioni tra i due clan si erano tranquillizzate, entrambi i capi decisero di scontrarsi da soli, e fare a bastonate, a sangue. Il mio giovane amico era molto preoccupato, io aprii la Scrittura e gli lessi il Sermone della Montagna, dove si invita a non opporre resistenza al male. “Allora, devo lasciare che mi ammazzi a bastonate?”. Gli diedi l’altro unico libro che io portavo con me, I Fioretti di San Francesco, lo leggeva e veniva tutti i pomeriggi a commentarmelo. Abbiamo pregato insieme per cercare una via di uscita, affinché potesse salvare la vita senza necessità di ammazzare quell’altro. L’unica soluzione era andare senza il bastone in segno di pace. Il giorno della lotta si presentò prima da me col bastone, alla fine lo convinsi e rimase senza. Io mi misi in ginocchio a pregare il Rosario affinché la Vergine Maria salvasse la vita di quel ragazzo. Il tempo passava. Le due, le tre di notte. Pensai che fosse morto, quando lo vidi arrivare. Vedendolo senza il bastone, il suo avversario decise di risolvere economicamente la disputa, il mio amico dovette pagargli “una certa cifra”. Si chiama José Agudo. Ora sta in Cammino, e ha tredici figli.

RISUSCITO´!

Un giorno José mi portò a parlare alla sua tribù. Ero in una grotta enorme piena di zingari, mi disse: “Parla loro”, e non sapevo che cosa dire, cosicché cominciai dal principio, e mi misi a parlar loro di Adamo ed Eva, quando improvvisamente la madre di José Agudo si alzò. “Io so che nel cielo c’è una mano potente che è Dio. Ma questo dell’altra vita, questo dell’inferno, tutte queste cose dei preti non le conosco. Io l’unica cosa che so è che mio padre è morto e non è ritornato a casa! Quando vedrò un morto tornare dal cimitero, crederò!”. Si alzarono tutti ed andarono via, e io rimasi lì, bloccato, stupidito, senza sapere cosa fare. Quella donna, tuttavia, senza volerlo, mi aveva dato la chiave, perché mi aveva detto che era disposta ad ascoltarmi quando io avessi trovato un uomo che fosse tornato dal cimitero. Ed effettivamente, cercando nella predicazione primitiva e negli Atti degli Apostoli, si trova la testimonianza di un pagano di nome Festo che dice ad Agrippa che c’era un prigioniero – che era San Paolo – che diceva cose molto interessanti. Festo parlava spesso con Paolo, ma l’unica cosa che aveva capito, e lo diceva ad Agrippa, era questo: “C’è un prigioniero che parla di un morto che dice che è morto, ma che vive e che è ritornato dalla morte e che ha vinto la morte!”. Di tutta la predicazione di San Paolo, Festo ricordava solo questo, vi racconto questo per dirvi in due pennellate come il Signore mi ha fatto continuare ad entrare in questo kerygma, in questo modo di annunciare la salvezza, di andare al nucleo centrale. Ogni volta che mi sono sentito sconfortato, ho sentito una voce dentro me che mi diceva: “Coraggio, Kiko, coraggio, che ti amo!”. “Davvero mi ami?” “Sul serio, ti amo molto, moltissimo!”. Cristo mi ha promesso: “Kiko, tu non morrai!”. Un battezzato che viva coerentemente la fede è già resuscitato con Cristo nel Battesimo e fa parte del corpo di Cristo risuscitato. Quella zingara che mi diceva: “Quando hai visto tu un uomo tornare dal cimitero?”, ora posso risponderle, ho visto quest’uomo che è uscito dalla tomba ed è venuto a dirmi: “La Pace sia con voi, io ho vinto il mondo!”. Per questo motivo vi invito a finire con un canto. Cantiamo un canto della vittoria di Cristo sulla morte, cantiamo questo canto che feci nelle baracche che si intitola “Risuscitò” “.

 

Kiko Arguello

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